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Cancro al seno e alle ovaie: in cosa consiste il piano di prevenzione?

     
  Cancro seno e ovaie  
 

Prima di intervenire con una terapia è possibile attuare un piano di prevenzione per l'eventuale insorgenza di tumori. Oggi la ricerca scientifica sta compiendo passi da gigante in campo oncologico, ideando nuovi trattamenti personalizzati contro il tumore al seno, all'ovaio, al cervello.

Il carcinoma mammario è la prima causa di morte fra le donne (1) per patologia oncologica. Se viene diagnosticato in fase iniziale, il tasso di sopravvivenza delle pazienti dopo 5 anni dalla terapia, è del 98% (1). All'origine dei tumori possono sottostare vari fattori quali: 

stile di vita insano

dieta poco salubre

familiarità.  

In particolare la familiarità è causata da mutazioni genetiche trasmesse, come avviene per i tumori mammari e ovarici. Si stima che le mutazioni a carico dei geni BRCA (BReast CAncer) riconducano al 10% a queste neoplasie (2),(3). 

La profilassi di tipo primario e secondario, è un percorso medico che si compie per prevenire la comparsa di patologie ancor prima di dover intervenire con i trattamenti.

Con la profilassi primaria si evidenziano gli elementi di rischio alla base dello sviluppo di un cancro. Si può intervenire in vari modi: il primo passo è ottenere informazioni corrette e poi dedicarsi alla prevenzione. Dieta corretta e attività fisica sono coadiuvanti nella riduzione del rischio sviluppo cancro (4). Il carcinoma mammario e ovarico può originarsi da alterazioni genetiche. Il rischio di sviluppo del cancro al seno è dell'87%, mentre per il cancro ovarico è del 40% in quelle donne aventi mutazioni ai geni BRCA1 e BRCA25.

La profilassi secondaria è la diagnosi tempestiva della malattia, mediante la quale si può intervenire subito, accrescendo le possibilità di trattamenti e di conseguenza le probabilità di guarigione.

Prevenzione e visite mediche regolari consentono di avere diagnosi tempestive. Test genetici specifici come il test BRCA, permettono di individuare alterazioni a carico dei geni BRCA1 e BRCA2. Si analizza un campione ematico o salivare per studiare il DNA alla ricerca di eventuali alterazioni ai geni BRCA.

Per maggiori informazioni sul test genetico per il cancro al seno e all’ovaio: www.brcasorgente.it

A cura di Ufficio Stampa Sorgente Genetica

 

Fonti: 

1. Nastro Rosa 2014 – LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) 

2. Campeau PM, Foulkes WD, Tischkowitz MD. Hereditary breast cancer: New genetic developments, new therapeutic avenues. Human Genetics 2008; 124(1):31–42 

3. Pal T, PermuthWey J, Betts JA, et al. BRCA1 and BRCA2 mutations account for a large proportion of ovarian carcinoma cases. Cancer 2005; 104(12):2807–16 

4. Diet, nutrition and the prevention of cancer Timothy J. Key, Arthur Schatzkin, Walter C. Willett, Naomi E. Allen, Elizabeth A. Spencer and Ruth C. Travis 

5. Ferla R. et al. (2007). Founder mutations in BRCA1 and BRCA2 genes. Annals of Oncology. 18; (Supplement 6):vi93-vi98 

 

 
 

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Cosa sono le anomalie cromosomiche e quali sono i rischi per il feto?

     
  Anomalie cromosomiche  
     
 

La gravidanza è un periodo davvero magico nella vita di ogni donna, un momento di condivisione delle proprie emozioni con il piccolo. Attività fisica, alimentazione equilibrata e stile di vita sano sono fondamentali per la salute della futura mamma e del suo bambino. Inoltre, è importante effettuare test di screening e diagnosi prenatale per scoprire eventuali anomalie cromosomiche in gravidanza

I test di screening prenatale sono esami non invasivi che calcolano la percentuale di probabilità per cui il feto sia affetto da anomalie cromosomiche come le trisomie (Sindrome di Down, Sindrome di Edwards, Sindrome di Patau) o difetti del tubo neurale. Le anomalie nel numero e nella struttura dei cromosomi possono causare dei difetti congeniti (1). Le anomalie cromosomiche caratterizzate da un cromosoma in più sono le trisomie. L’età della gestante può essere un fattore di rischio, infatti l’incidenza di queste anomalie è maggiore nei bambini con mamme che affrontano la gravidanza in un’età superiore ai 35 anni (1).

Le delezioni e le microdelezioni sono anomalie caratterizzate dalla mancanza o dalla perdita di una parte di cromosoma che può essere di diversa ampiezza (2). Infatti, riguardano la struttura dei cromosomi. Le delezioni di grandi dimensioni (> 5Mb) sono alla base della Sindrome di Wolf-Hirschhorn e della Sindrome di Cri-du-chat, che si manifestano con un grave ritardo mentale e disformismi (2).

Le microdelezioni sono delezioni di dimensioni più piccole di 5 Mb e causano la Sindrome di Di George e quelle di Angelman e Prader-Willi. Si manifestano con ritardi mentali medio-gravi, disformismi a livello facciale e difetti congeniti (2).

In base al tasso di affidabilità e a quanto precocemente desidera saperne di più sulla salute del bambino, la gestante può scegliere di effettuare un determinato esame di screening prenatale non invasivo per rilevare l’eventuale presenza di un’anomalia cromosomica. Il Bi-Test, insieme alla translucenza nucale (esame ecografico), è un test che può essere effettuato tra l’11esima e la 13esima settimana di gestazione, con un tasso di affidabilità dell’85% circa (3). Il Tri Test, invece, che ha un’affidabilità del 60% circa, può essere effettuato tra la 15esima e la 17esima settimana.

Ogni gestante, a partire dalla 10° settimana di gravidanza, può decidere di effettuare il test del DNA fetale, ovvero un esame prenatale non invasivo di ultima generazione che analizza il DNA fetale. Basta un semplice prelievo di sangue per riuscire ad individuare i frammenti di DNA fetale presenti nel sangue materno. È un test che raggiunge un’affidabilità del 99,9% nella rilevazione delle più diffuse trisomie (Sindrome di Down, Sindrome di Edwards e Sindrome di Patau), altre anomalie cromosomiche e principali microdelezioni.

Se i test di screening indicano la presenza di anomalie cromosomiche nel feto, è importante effettuare esami di diagnosi prenatale invasivi, come l’amniocentesi o la villocentesi, per avere un risultato di tipo diagnostico.

Per avere tutte le informazioni utili su quali esami effettuare per mantenere sotto controllo la salute del bambino, è importante contattare il proprio ginecologo di fiducia.

Per ulteriori informazioni sul test prenatale non invasivo Aurora visita il sito www.testprenataleaurora.it

A cura di Ufficio Stampa  Sorgente Genetica

 

Fonti:

1. Embriologia medica di Langman di Thomas W. Sadler, a cura di R. De Caro e S. Galli; 2016. 

2. Manuale di Pediatria Generale e Specialistica di M. Bonamico; 2012; pag. 92. 

3. Medicina dell'età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche Di Antonio L. Borrelli,Domenico Arduini,Antonio Cardone,Valerio Ventrut 

 
 

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Vaccinare in modo mirato solo se è necessario

Per decenni, al fine di proteggere i cani dal cimurro e dalla parvovirosi sono stati utilizzati i richiami annuali. Tale approccio però non è più da considerare corretto se consideriamo che la maggioranza dei cani, dopo una singola vaccinazione, è da considerare protetto per anni. Effettuare una profilassi vaccinale non necessaria è una procedura medica superflua, pericolosa in animali immunosoppressi e potenzialmente pericolosa in soggetti predisposti a sviluppare malattie immunomediate e/o che ne sono stati affetti nel passato (WSAVA Guidelines for the Vaccination of Dogs and Cats, 2010). Abbiamo adesso a disposizione un test sierologico che permette di valutare l’effettiva presenza di un titolo anticorpale protettivo.

Il test fornisce i seguenti risultati:
Titolo anticorpale ELISA positivo per Cimurro: indica che sono presenti anticorpi in quantità superiore al livello minimo protettivo, che corrisponde ad un titolo sieroneutralizzante ≥ 1:16. Se il cane è stato vaccinato da un anno possiamo prevedere che il cane sarà protetto per almeno altri due anni. In caso di negatività il cane non è protetto ed è indispensabile la vaccinazione.
Positivo anticorpale ELISA positivo per Parvovirosi: indica che è presente un titolo anticorpale superiore al limite minimo protettivo, corrispondente ad un titoloemoagglutinante > 1:80. Il cane è da considerare protetto (vedi sopra). In caso di negatività è indispensabile una nuova profilassi vaccinale.

In quali situazioni si può suggerire l’esecuzione di questo test ? In base a quanto indicato dalle WSAVA Guidelines:
• Per confermare la buona riuscita del ciclo iniziale di vaccinazioni: dopo 2 settimane circa dall’ultima vaccinazione (da eseguire alla 14-16a settimana). Se il cane è protetto possiamo prevedere una durata dell’immunità di almeno 3 anni. Se il titolo è negativo il cane deve essere ancora vaccinato. Tale approccio è particolarmente utile nelle razze come il Rottweiler che hanno dimostrato una particolare sensibilità all’infezione da Parvovirus.
• Negli animali immunosoppressi (per presenza di malattie concomitanti o a seguito di terapie) o che sono stati affetti in passato da malattie immunomediate, ad esempio anemia emolitica immunomediata o meningiti. Se è presente un titolo anticorpale protettivo la vaccinazione può essere evitata.

In linea più generale l'esecuzione del test, in qualsiasi cane, permette di eseguire la profilassi vaccinale solo in quei cani che ne hanno necessità. Ci si allineerebbe, per quanto riguarda le vaccinazioni, con tutte le altre buone pratiche che i medici veterinari realizzano nella loro attività quotidiana. In conclusione, grazie a questo nuovo test è possibile offrire ai nostri pazienti un trattamento vaccinale mirato, evitando profilassi inutili e potenzialmente pericolose.

Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino 

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L’importanza della consulenza genetica nella prevenzione dei tumori

     
  Consulenza genetica  
 

Negli ultimi anni l’importanza della prevenzione in campo oncologico ha assunto un grande rilievo per via delle numerose ricerche scientifiche e avanzamenti nelle tecniche di diagnosi precoce e screening genetico. Inoltre, sono numerose le campagne di sensibilizzazione volte a informare la popolazione in merito a test genetici di prevenzione tumorale (come il test genetico per il tumore al seno, prima causa di decesso per malattia oncologica nella popolazione femminile).

 

L’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) sostiene che per ridurre l’insorgenza dei tumori sia necessaria una lotta ai fattori di rischio correlati (come alimentazione errata e stile di vita malsani) ¹. 

Con il termine prevenzione primaria s’intende l’essere informati correttamente sui fattori di rischio dei tumori. 

La prevenzione secondaria invece consiste nella diagnosi precoce di una eventuale malattia. In questo contesto, la consulenza genetica riveste un ruolo fondamentale. Infatti, individuare un tumore nelle fasi iniziali del suo sviluppo, permette di intervenire tempestivamente garantendo cure più efficaci con una più alta probabilità di guarigione². Per esempio, nel caso del tumore al seno, se questo viene diagnosticato allo stadio zero, le probabilità di sopravvivenza delle donne trattate raggiunge anche il 98%². 

 

Affidarsi ad una consulenza genetica con un medico specialista è dunque fondamentale per capire a quale test genetico sottoporsi così da ottimizzare anche la terapia in base alle risposte del test. È importante conoscere lo stato di alterazione genetica in un tumore perché alcune forme tumorali (anche nel caso del cancro alla mammella o quello all’ovaio) possono essere causate da specifiche mutazioni genetiche.  La conoscenza di un eventuale gene mutato alla base di una malattia oncologica, consente sia di comprendere la patologia stessa e fornisce anche indicazioni utili sul trattamento da seguire³. Nel caso del tumore al seno e all’ovaio, mutazioni predisponenti sono a carico dei geni BRCA1 e BRCA2. Queste mutazioni possono essere rilevate tramite un test genetico apposito che consente dunque di valutare il rischio di insorgenza della malattia. 

Ricerche scientifiche hanno evidenziato che 1 individuo su 400/800 è portatore di una mutazione nei geni BRCA1 e BRCA2⁴. In aggiunta, le donne con una mutazione su BRCA, corrono l’87% di rischio in più di sviluppare un tumore al seno e fino al 40% di rischio in più di sviluppare un tumore ovarico5,6. 

Dunque, conoscere la propria predisposizione genetica al tumore è fondamentale. Per avere maggiori informazioni sui test su BRCA per il tumore al seno e all’ovaio visita: www.brcasorgente.it

 

A cura di Ufficio Stampa Sorgente Genetica

 

Fonti: 

1. legatumorilecco.it 

2. Nastro Rosa 2014 – LILT (Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori) 

3. Bruce R. Korf. Genetica Umana: dal problema clinico ai principi fondamentali, Springer 2001, pag. 91.  

4. I numeri del cancro 2014 -  pubblicazione a cura di Aiom. Com e Artum 

5. Ferla R, et al. (2007). Founder mutations in BRCA1 and BRCA2 genes. Annals of Oncology. 18; (Supplement 6):vi93-vi98. 

6. Chen S, et al. (2007). Meta-analysis of BRCA1 and BRCA2 penetrance. J Clin Oncol. 25(1 1 ):1 329-1 333 

 
 

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Toxoplasmosi in gravidanza: quali rischi per il feto?

     
  Toxoplasmosi  
     
 

La gravidanza è un percorso che la mamma compie con il suo bebè per ben nove mesi. Nel corso di questo periodo, è bene che la gestante si prenda cura della salute del futuro nascituro sottoponendosi ad esami di screening prenatale che possono essere non invasivi o invasivi come ad esempio la villocentesi.

I percorsi di screening prevedono anche degli esami del sangue che rilevano infezioni e stabiliscono se la futura mamma è immune o meno ad alcune malattie come la rosolia e la toxoplasmosi. Entrambe infatti, qualora contratte durante il periodo della gestazione, possono apportare danni anche seri al feto¹.

Analizziamo la toxoplasmosi: si tratta di una malattia causata dal parassita Toxoplasma Gondii che viene ospitato da gatti e felini². È importante assumere alcune misure preventive onde evitare il contagio che può avvenire entrando in contatto con le feci dei gatti o consumando carne poco cotta o cruda.

Se contratta durante la gravidanza, la toxoplasmosi può essere trasmessa dalla mamma al feto. La frequenza di contagio aumenta tanto più la gestazione è inoltrata³. Diversamente, più l’infezione viene contratta ad inizio gravidanza, più i danni al feto possono essere maggiori⁴.

Prevenire la toxoplasmosi durante la gravidanza è possibile, basta seguire alcuni accorgimenti quali:

lavarsi accuratamente le mani prima di mangiare o di iniziare a preparare un pasto

lavare molto bene frutta e verdura

evitare il consumo di cibi crudi o poco cotti come insaccati o carne e pesce crudi

• evitare il contatto diretto con terreno che può essere contaminato da feci di gatto. In ogni caso è comunque consigliabile utilizzare dei guanti protettivi

Uno studio di matrice europea ha rivelato come il consumo di carne cruda o poco cotta sia la causa principale del contagio in gravidanza per toxoplasmosi⁵.

Attuare una strategia di prevenzione è ottimale per evitare di contrarre questa malattia. È consigliabile anche associare alle misure preventive, degli esami del sangue che possono stabilire l’immunità o meno alla toxoplasmosi. Questi esami possono essere eseguiti nel corso del percorso di screening prenatale. Il test del DNA fetale è un esame di screening prenatale non invasivo, affidabile al 99,9% che rileva le principali trisomie cromosomiche, come la Sindrome di Down.

Per ulteriori informazioni sullo screening prenatale non invasivo visita il sito www.testprenataleaurora.it

A cura di Ufficio Stampa  Sorgente Genetica

Fonti:

1. Principi di malattie infettive – a cura di L. Calza; pag. 207

2. Medicina dell'età prenatale: Prevenzione, diagnosi e terapia dei difetti congeniti e delle principali patologie gravidiche - Di Antonio L. Borrelli, Domenico Arduini, Antonio Cardone, Valerio Ventrut; pag. 294

3. Enciclopedia medica italiana, Volume 10; Uses Edizioni Scientifiche – Firenze; pag. 397

4. Gravidanza fisiologica, linea guida 20 – a cura del Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, CeVEAS

5. Cook AJ, Gilbert RE et al. Sources of Toxoplasma infection in pregnant women: European multicentre case-control study. BMJ 2000; 321:142-7.

 
 

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Farmaci in gravidanza: sì o no?

     
  Gravidanza e farmaci  
 

Per le donne in stato interessante è fondamentale prendersi cura della propria salute e quella del feto in sviluppo. A tal fine, è importante che la gestante si sottoponga sempre agli esami di controllo, ad un test di screening prenatale e infine trovi il tempo per se stessa e per compiere scelte importanti come considerare se conservare le cellule staminali del cordone ombelicale.
Nonostante le accortezze per salvaguardare la salute, la gestante potrebbe comunque trovarsi in situazioni che richiedano di fare uso di farmaci. Come comportarsi? 

Alcune mamme hanno molti dubbi in merito all’assunzione dei farmaci in gravidanza, poiché temono che siano dannosi per la salute del bambino. Questo è un falso mito e per sfatarlo e promuovere una migliore tutela della salute delle donne in gravidanza, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha aperto un sito internet dedicato alla corretta informazione sui farmaci. 

Per quanto riguarda l’assunzione di farmaci in gravidanza, innanzitutto è bene considerare che non tutti i farmaci sono dannosi per il bambino e, se sono stati prescritti dal proprio medico, possono essere utilizzati senza preoccuparsi. In particolare per le donne che soffrono di malattie croniche che richiedono una costante medicazione, è importante valutare con il medico specialista come proseguire. In questi casi spesso non è indicato sospendere improvvisamente la terapia, ma il medico aiuterà a trovare i corretti dosaggi adattati alla gravidanza o un eventuale farmaco alternativo da assumere per questo periodo. 

Se l’utilizzo dei farmaci in gravidanza tende a essere ridotto dalle mamme per paura di complicazioni, dopo la nascita del bambino, sarebbe bene mantenere una certa cautela anche nella somministrazione dei farmaci ai neonati.

Come ha ricordato l’AIFA nelle sue recenti campagne di comunicazione1, molti genitori credono che ai bimbi possano essere somministrati gli stessi farmaci usati per gli adulti a patto di diminuire il dosaggio. Ma è sbagliato. Per l’utilizzo dei farmaci nei bambini è necessario avere indicazioni dal medico pediatra che conosce la terapia giusta da somministrare anche ai più piccoli. 

Talvolta, purtroppo, nei bambini e negli adulti potrebbero insorgere patologie che non possono essere trattate con i farmaci ma per i quali si può ricorrere ad altri trattamenti. Il Ministero della Salute Italiano, ad esempio, riconosce a scopo terapeutico per il trattamento di 80 patologie, il trapianto di cellule staminali del cordone ombelicale2

Dunque, la prevenzione delle malattie e la tutela della salute è fondamentale ma occorre tenere in considerazione che ogni tipo di terapia deve essere prescritta dal proprio medico o da uno specialista, in grado di indicare il trattamento più adeguato per ogni disturbo, dalle terapie farmacologiche a quelle di altro tipo (come il trapianto di cellule staminali) che abbia anche il minor impatto sulla salute e il minor rischio di effetti avversi. 

Per informazioni sulle staminali del cordone ombelicale visita: www.sorgente.com

 A cura di: Ufficio Stampa Sorgente

 Fonti:

1. Campagna di comunicazione AIFA "Farmaci e pediatria" (anno 2014)

2. Decreto ministeriale 18 novembre 2009 Disposizioni in materia di conservazione di cellule staminali da sangue del cordone ombelicale per uso autologo-dedicato”

 
     
 

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Tumori: ecco i falsi miti più diffusi

     
  Tumori  
 

Esistono molte credenze errate, spesso senza dati scientifici a supporto,  sull'origine di alcuni tumori tra cui il tumore al seno, sugli effetti positivi di una determinata alimentazione o sugli effetti negativi della tecnologia.

Un falso mito, oltre che teoria errata, è ritenere che il cancro sia contagioso. L'unica eccezione è connessa ai trapianti. Si sono avuti casi in cui chi ha subito un trapianto di organo proveniente da un donatore affetto da cancro, è stato colpito da una malattia oncologica1. Alcune volte il cancro può originarsi da certi virus (es. HPV), ma è il virus a essere contagioso, non il cancro.

Altro falso mito è credere che l'uso di deodoranti anti-traspiranti e sviluppo di cancro mammario siano correlati. Molte ricerche hanno sfatato questo mito, e hanno rilevato che non esiste alcuna connessione fra sviluppo di cancro alla mammella e uso di tali prodotti2.

La familiarità con il cancro incute timore così come il falso mito secondo cui, chi ha un consanguineo affetto da tumore, svilupperà la stessa patologia. Sebbene certi tipi di cancro si possano ritenere ereditari (il 5-10% dei tumori mammari è ereditario e connesso ad alterazioni dei geni BRCA3,4), ciò non implica lo sviluppo del cancro. Viceversa, non avere familiarità non esula la persona dal seguire un percorso di screening o di prevenzione, perché è sbagliato pensare che non potrà sviluppare un cancro.

Altro falso mito è credere che la diffusione del tumore sia agevolata dalle operazioni chirurgiche. Pensiero forse dovuto dai casi dove il paziente ammalato, dopo l'intervento, aveva tumori in altri organi o metastasi. Ciò può verificarsi se dopo l'asportazione del cancro, restano cellule tumorali o se durante l'intervento si constata che il cancro è più diffuso di quanto previsto dagli altri esami.

Falso è anche credere che ci sia relazione fra lo sviluppo di un tumore e l’utilizzo dei telefoni cellulari. Le ricerche hanno rilevato che non sussistono relazioni fra onde elettromagnetiche (emesse da cellulari, elettrodomestici, linee elettriche) e insorgenza di tumori5.

Si consiglia di contattare il proprio specialista per qualunque interrogativo o informazione sulla prevenzione dei tumori.

Per maggiori informazioni: www.brcasorgente.it

 

A cura di: Sorgente Genetica

 

Fonti:

1. Chapman JR, Webster AC, Wong G. Cancer in the transplant recipient. Cold Spring Harb Perspect Med. 2013 Jul 1;3(7) 

2. Mirick DK, Davis S, Thomas DB. Antiperspirant use and the risk of breast cancer. Journal of the National Cancer Institute 2002; 94(20):1578–1580 

3. Campeau PM, Foulkes WD, Tischkowitz MD. Hereditary breast cancer: New genetic developments, new therapeutic avenues. Human Genetics 2008; 124(1):31–42 

4. Pal T, PermuthWey J, Betts JA, et al. BRCA1 and BRCA2 mutations account for a large proportion of ovarian carcinoma cases. Cancer 2005; 104(12):2807–16

5. SCENIHR. 2015. Scientific Committee on Emerging and Newly Identified Health Risks: Potential health effects of exposure to electromagnetic fields (EMF)

 
 

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Guida alla difesa dalla Processionaria

CHE COS'E' LA PROCESSIONARIA

La Processionaria del pino (Thaumetopoea Pityocampa) o della quercia (Thaumetopoea Processionea) è un lepidottero diffuso in Eurasia e Nordafrica che con l’arrivo dei primi caldi in primavera non sono difficili da incontrare. Sono bruchi buffi e in apparenza innocui che prendono il nome dall’abitudine di muoversi sul terreno in fila in una sorta di “processione”. A vederli sembrano normali “millepiedi”, ma in realtà sono pericolosissime per l'uomo e per gli animali. ”. Il periodo di maggior rischio di contatto con le processionarie inizia a marzo, fase in cui solitamente le larve abbandonano i nidi, e dura almeno fino alla fine di aprile. Le processionarie nidificano soprattutto su pini e querce e sono estremamente dannose anche per la stessa pianta poiché la priva di parte del fogliame, compromettendone così il ciclo vitale.

IL PERICOLO

Il pericolo è rappresentato dai peli urticanti che ricoprono il loro corpo, questi vengono rilasciati nell’aria quando il bruco è in pericolo e la loro forma uncinata gli permette di agganciarsi alla vittima provocando reazioni cutanee ed urticanti alle mucose, agli occhi e alle vie respiratorie ed in casi gravi può verificarsi uno shock anafilattico.

EFFETTI DA CONTATTO COSA FARE

Se il vostro animale ha avuto un contatto più o meno prolungato con i peli della processionaria potete accorgervene dai sintomi in base alla gravità come: evidenti segni di debolezza, rifiuto del cibo, possibili sintomi febbrili, improvvisa e intensa salivazione, a cui fa spesso seguito il vomito, dopodiché la lingua si ingrossa notevolmente e inizia il processo di necrosi della parte che è venuta a contatto con il bruco, con la possibilità anche di conseguente perdita di porzioni di lingua. In caso di contatto da parte dell’uomo si possono verificare reazioni epidermiche e allergiche e reazioni infiammatorie locali in caso di inalazione particolarmente pericolose per i soggetti più sensibili. In caso di contatto si consiglia di lavare abbondantemente le zone interessate per rimuovere i peli e consultare un medico e per gli animali il veterinario (si consiglia di indossare occhiali, guanti di lattice per evitare di toccare a propria volta i peli urticanti e mascherina).

DISINFESTAZIONE OBBLIGATORIA

In Italia dal 1998 la lotta a questo insetto è obbligatoria nelle aree ritenute a rischio infestazione (cfr. Decreto Ministeriale 17.04.1998, poi abrogato e sostituito con D.M. 30.10.2007, pubbl. in G.U. 16 febbraio 2008, n. 40).

COME COMBATTERLA

Deputati alla rimozione dei nidi di processionaria sono il Comune, il Corpo Forestale o professionisti della disinfestazione. Se la pianta infestata è in una proprietà privata la spesa della disinfestazione è a carico del proprietario del terreno.

Questo lepidottero può essere combattuto utilizzando diversi metodi:

UTILIZZO DI INSETTICIDI Innanzi tutto con trattamenti insetticidi diretti sulle larve all'aperto e poi bruciandole (ma prestare molta cautela alle ceneri ed al fuoco per la possibilità della dispersione dei peli urticanti durante questa operazione (adottare le necessarie protezioni del corpo nel farlo).

LOTTA MECCANICA Rimuovendo manualmente i nidi di processionaria tagliando le estremità della pianta infestate. Di solito questo metodo viene effettuato d’inverno, prima che le larve siano uscite dal nido. Si ricorda che se si opera nelle vicinanze delle larve occorre coprire ogni parte del corpo ed in seguito lavare i vestiti utilizzati.

UTILIZZO DI FEROMONI Questo metodo prevede trappole ai feromoni che simulando le sostanze rilasciate dalla femmina di falena di Processionaria attraggono il maschio durante il periodo dell’accoppiamento, riducendo la possibilità di incontro e procreazione. Il periodo migliore per posizionare queste trappole è il mese di giugno

Ulteriori informazioni sulla processionaria

Dott. Carlo Giulianelli

Medico Veterinario 

Torino 

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Cancro ovarico: sintomatologia, caratteristiche, screening

     
  Cancro ovarico  
 

Il tumore alle ovaie è uno dei tipi di cancro più pericolosi poiché difficile da diagnosticare in modo precoce.

Si posiziona al 10° posto tra tutte le forme di tumore che colpiscono le donne. 1 donna su 74 ogni anno si ammala di tumore all’ovaio, che costituisce il 30% di tutti i tumori maligni connessi all’apparato riproduttivo femminile (1).

Le ovaie producono ovuli e ovociti (cellule riproduttive). Quando la produzione di cellule delle ovaie diviene incontrollata, è possibile che si originino delle forme di tumore. I tipi maligni sono:

epiteliali: nascono dalle cellule che rivestono le ovaie. 90% dei casi;

stromali: originano dal tessuto di sostegno delle ovaie (stroma gonadico) (2). 4% dei casi.

germinali: originano dalle cellule che producono ovuli. 5% dei casi.

L'età è un fattore di rischio. I tipi germinale e stromale colpiscono di più le donne minori di 20 anni (40-60% dei casi). Il tipo epiteliale interessa sia le donne fertili sia quelle in età avanzata. Metà delle donne colpite da cancro ovarico ha oltre 60 anni (3).

Ormoni, ambiente, predisposizione familiare sono fattori di rischio. La predisposizione genetica sembra legata ad alterazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 che in donne over 70 sono connesse a un rischio tumore del 30-60%. Ciò che causa il cancro ovarico non è chiaro, tuttavia il 10% è una forma ereditaria e il 90% sporadica.

Il tumore ovarico è "silente" perché solo in stadi avanzati sono evidenti i suoi sintomi. Parte della sintomatologia è comune a vari disagi quotidiani. Ventre gonfio, aerofagia, minzione frequente, calo di peso repentino, se persistenti potrebbero indicare un cancro alle ovaie. La percentuale di guarigione aumenta con la diagnosi precoce: se il tumore è al 1° stadio, il tasso di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi è del 90% (si parla di guarigione) (4).

Lo screening prevede visite regolari (es. controlli ginecologici, ecografie transvaginali). Se tali esami rilevano anomalie, di solito si procede con una risonanza magnetica, una tomografia e test sui marcatori tumorali (CA 125). Lo screening prevede anche esami genetici per le mutazioni ai geni BRCA1 e BRCA2 (implicati nello sviluppo del tumore al seno e all'ovaio). La presenza di mutazioni non indica che si svilupperà il tumore, ma è essenziale per intraprendere con il medico un percorso di prevenzione personalizzato.

Per maggiori informazioni: www.brcasorgente.it

A cura di: Sorgente Genetica

Fonti

1. I numeri del cancro – edizione 2014

2. Airc – Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro

3. Cancro dell’ovaio Guide Esmo/AFC, a cura dell’Anticancer Fund e della European Society for Medical

Oncology, ed. 2014

4. ACTO – Alleanza Contro il Tumore Ovarico, intervista alla dottoressa Nicoletta Colombo, Direttore di

p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica} p.p2 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; font: 12.0px Helvetica; min-height: 14.0px} span.Apple-tab-span {white-space:pre}

Ginecologia Oncologica Medica, Istituto Europeo di Oncologia, Milano

 
     
 

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Conservazione del cordone ombelicale: una scelta consapevole

     
  Cordone ombelicale  
 

Si sente spesso parlare di conservare le cellule staminali cordonali, anche se non sempre le informazioni sono così corrette e precise da permettere alle famiglie di scegliere consapevolmente.

Al momento del parto, la famiglia ha la possibilità di effettuare la conservazione delle cellule staminali del cordone ombelicale. Ad oggi una famiglia italiana può decidere di donare il sangue cordonale del proprio bambino a banche pubbliche oppure di conservarlo privatamente all’interno di biobanche situate all’estero.

In Italia sono presenti 19 biobanche, il 10% delle banche mondiali, ma, nonostante questo, il sistema pubblico di raccolta e conservazione del cordone ombelicale ha diversi limiti.

Di tutte le biobanche presenti sul territorio nazionale soltanto 8 hanno accolto in un anno più di 1.200 campioni.  Un numero insufficiente per garantire un percorso di qualità e per giustificare l’esistenza di tutte queste strutture sia in termini economici che di utilità terapeutica per il cittadino. 

Ad oggi, tuttavia, in Italia il 95% dei cordoni ombelicali vengono gettati tra i rifiuti (Fonte ADUC). Per evitare questo enorme e insensato spreco potrebbe essere molto utile istituire canali informativi imparziali che forniscono notizie corrette e puntuali sui vantaggi della conservazione privata del cordone ombelicale e sulla sua donazione. Le famiglie che si trovano di fronte ad una decisione così importante e delicata devono ricevere tutte le informazioni corrette, utili, veritiere e neutrali per essere aiutate a prendere una decisione pensata e consapevole.

Per maggiori informazioni: www.sorgente.com

A cura di: Ufficio Stampa Sorgente


Riferimenti bibliografici

1. Clicca qui per vedere il grafico

2. Broxmeyer HE: Cord blood hematopoietic stem cell transplantation In StemBook Community TSCR, Ed., May 26, 2010


3. Broxmeyer, H. E., M. R. Lee, et al. "Hematopoietic stem/progenitor cells, generation of induced pluripotent stem cells, and isolation of endothelial progenitors from 21- to 23.5-year cryopreserved cord blood." Blood 117(18): 4773-7.

 
     
 

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