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I molti gusti del cibo

Nel suo “Compendio di psicoanalisi”(1938, Opere, Vol. XI) Freud affermava che “L’amore nasce in appoggio al bisogno soddisfatto di nutrimento”, a sottolineare l'importante relazione di una funzione  fisiologica. Dopo Freud sono stati condotti diversi studi che dimostrano come non sia solo l'apporto nutrizionale del cibo a determinare un adeguato sviluppo fisico nei bambini ma anche la qualità psico-affettiva che accompagna l'atto stesso del nutrire.

Il cibo è l’anticamera della capacità di godere della vita, dell’ambiente, dell’esplorazione di sé e dell'altro. Il cibo è conoscenza!

Oggi sappiamo che il rapporto con il cibo ci parla di noi a livelli molto profondi e non solo individuali ma anche di società. Basti pensare ai gravi disturbi alimentari (di cui non ci occuperemo in questo post) per pensare come nella società occidentale attraverso il rifiuto o l'avidità di cibo si manifestino questioni molto complesse.

Al di là delle più note anoressia e bulimia si sente oggi parlare anche di ortoressia, ovvero il bisogno portato ai suoi estremi di adeguarsi ad un regime alimentare che evita e predilige determinati cibi in modo intransigente, in nome della guarigione, purificazione o più genericamente, di uno stato di benessere psicofisico permanente. Un atteggiamento sempre più diffuso, socialmente accettato, che però nelle sue forme più inflessibili denuncia una problematica da non sottovalutare.

In determinati momenti della nostra vita sarà capitato forse a tutti noi di  affidarci alla speranza di proprietà benefiche e salvifiche di un determinato cibo o terrorizzati all'idea di consumarne un altro. Per quanto possiamo concordare sul fatto che esistano cibi migliori per il nostro organismo e cibi che è meglio limitare nella nostra dieta, quando questi diventano oggetto di dettami inviolabili allora dovremmo prenderci cura dell'angoscia profonda che minaccia la nostra salute, incolumità e benessere.

A questo punto potremmo chiederci come  il cibo possa diventare un veicolo così potente di paure e speranza legate al nostro benessere.

La risposta arriva da molto lontano, forse da prima ancora della nostra nascita, fin dal rapporto con quel cordone ombelicale che ci nutriva e da qui dipendeva la nostra esistenza in modo totale.

Cibo come sopravvivenza:

per molto tempo la sopravvivenza dell’uomo è stata legata ad un meccanismo molto semplice: mangiare o essere mangiati. Oggi questo meccanismo non è così evidente, ma forse nasconde, in modo più sottile, meccanismi che organizzano le nostre abitudini.

Cibo come espressione creativa:

Il cibo manifesta la capacità dell’uomo di trasformare in modo creativo ciò che la natura ci offre costituendo dei veri e propri rituali quotidiani: guai a tradire le ricette di famiglia!!!

Cibo come fonte di piacere e gratificazione

Il piacere offerto dal cibo è un piacere multiplo e complesso, noi mangiamo il cibo con tutti i sensi: la vista (mangiarsi qualcosa con gli occhi), l’olfatto, il tatto ed, infine, il gusto.

Ma nella nostra cultura il piacere richiama l’idea di peccato (i peccati di gola!) e il conseguente senso di colpa.

Il cibo arriva pertanto sulla tavola accompagnato da elementi emotivi e relazionali molto definiti, anche quando non riconosciuti consciamente:

Gusto e emozione sono due esperienze inseparabili

Il cibo può essere fonte di piacere o frustrazione, spesso le due cose diventano simultanee, provocandoci un senso di esasperazione. Come si diceva prima, “Mangiare è un piacere complesso” (Roccato) non nel senso di complicato ma di composto da differenti tipi di piacere, é infatti un piacere che coinvolge molti sensi e molte modalità di fare esperienza di sé. Esso comprende un piacere corporeo che coinvolge i sensi (il calore, l'odore, il sapore, la consistenza), è un piacere relazionale, fin dai primi istanti di vita, è un piacere mentale, legato al percepirsi in armonia con se stessi e con il mondo esterno.

Proviamo a chiederci, come reagiamo di fronte  ad un cibo nuovo? come ci sentiamo? Spaventati, incuriositi, attrattati, indifferenti? Forse scopriremo che i nostri atteggiamenti verso il cibo e verso le situazioni nuove, in generale, non sono così differenti. Per andare a ricercare connessioni ancora più lontane, ma più profonde e significative, cosa si racconta di noi riguardo il modo in cui abbiamo iniziato a mangiare: eravamo dei piccoli divoratori o i nostri genitori hanno dovuto diventare dei saltimbanchi per farci deglutire una forchettata di pasta? Ingordi fino all'ultima briciola o iper-selettivi? Per quanto oggi sia cambiato il nostro atteggiamento verso il cibo, come reagiamo al nuovo e alle esperienze che nutrono  lo spirito? 

Cibo e cultura

Il cibo ha anche a che vedere con il definirsi della nostra identità, sia sul piano individuale che culturale. In questo senso “noi siamo ciò che mangiamo” per le scelte consapevoli fatte su questo piano.

Sappiamo bene quanto sia stretta la relazione cibo/religione, basti pensare ai sacrifici, alle restrizioni alimentari in certi periodi particolari, ai cibi tabù, alle celebrazioni dove il cibo non è mai assente dalla scena. 

Oppure pensiamo  all'ospitalità, sia nelle grandi occasioni che nelle piccole, è difficile pensare ad un gesto di ospitalità senza l'offerta di qualcosa da bere o da mangiare, quando qualcuno di realmente benvenuto varca la soglia della nostra casa.

Come abbiamo solo potuto intravvedere in queste poche righe, il rapporto con il cibo è sempre complesso e profondo, in ogni sua espressione, sia che lo evitiamo sia che lo ricerchiamo senza sosta. Alla base di molte diete e dei relativi insuccessi, c'è spesso un mancato riconoscimento del fatto che il problema si pone ad un altro livello, che il modo in cui ci relazioniamo al cibo rappresenta, simbolicamente, altro.

Posso concludere proponendovi un piccolo gioco. La prossima volta che siederete a tavola per il consueto pasto, o che vi proporranno un cibo completamente nuovo, fate un esperimento su voi stessi: provate ad ascoltarvi/osservarvi: cominciate dal corpo nello spazio, la vostra postura, le azioni che state compiendo, poi passate ai muscoli del vostro viso, alle sensazioni interne alla bocca, ed infine fate caso al vostro respiro, frequenza, profondità, senza voler modificare nulla, ma solo prendendo coscienza di come vanno la cose in quel preciso istante e di cosa questo significhi per voi…   Se riuscite a fare tutto questo prima che il cibo sia scomparso dal vostro piatto mentre altri pensieri vi hanno distratti, noterete qualcosa di nuovo che vi sorprenderà.

 Dott.ssa Giorgia MicenePsicologa e Psicoterapeuta


Bibliografia

P. Rozin,  in THE SELECTION OF Food BY RATS,HUMANSAND OTHERS ANIMALS,Universita`della Pennsylvania

S.Freud  Compendio di Psicoanalisi

M. Pollan “Il dilemma dell’onnivoro

Winnicot Dalla pediatria alla psicoanalisi

 

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